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martedì 4 gennaio 2011

Scalpitano

Scalpitano. Zoccoli di cavalli che scavano nella terra. Alzano polvere. Il suono è pieno, d'ossa avvolte da carne tesa. Vogliono correre. C'è un momento in cui si sa che sta per accadere. Come quando si gira la chiave per accendere il motore. C'è un brivido che nessuno percepisce, se non dopo tanto tempo passato ad andare a piedi. Poi si riprende la macchina, si arroventano i ferri di cavallo, c'è un rumore che è il suono della decisione. Una corsa o un viaggio. Poche frasi o un racconto. Non importa. Può essere solo una passeggiata. Ma è andare che importa, è far scorrere e correre e a volte fare imbizzarrire le parole. Si può cadere, certo. Se non ci fosse questa eventualità non ci sarebbe bisogno di scrivere. Non più per il bisogno di mettere i ricordi nella cassetta di sicurezza di una frase. Non più per se stessi. E' vedere intorno, è la curiosità, è il bisogno di capire come diavolo combinare l'interno e l'esterno e comprendere che non c'è una linea di confine netta. E' una notte in cui si va in salita, la strada disseminata di scritte che non hanno nulla di casuale ma che sono lì con una casualità disarmante. Sgrammaticate e urlanti. E passi sopra che non hanno bisogno di parole. Passi che vogliono arrivare a quella macchina accesa ore prima e fatta andare e parcheggiata proprio lì, proprio sotto un albero dal quale un uccellino notturno spicca il volo, le stelle chiare, e proprio lì sentire addosso mani che già ti conoscono, da un tempo antico, ridefiniscono il tempo. Che il tempo è tutto. E' il tempo che non si riesce a fermare, è il tempo che disegna, è nel tempo che esistiamo ed è per sincronie che accade l'irraccontabile. Narrare una notte senza parole ma con occhi e abbracci e vetri sfocati da cui la luce passa ammorbidendosi e sfumandosi come una nuvola che si disfa, mentre fa freddo, si gela e nel freddo sentire un calore di sfida, è impossibile.

Narrare il trovarsi e il perdersi sapendo che ci si ritroverà.

Scalpitano. Parole che scavano nella terra e nell'aria e nel tempo. Fremono. Chiavi che girano e accendono il motore di ciò che siamo. Uomini e donne che andando via cercano momenti impossibili da raccontare e li sistemano in una trama per disfarsene e allo stesso tempo per ricordare ognuno la propria apparente verità.

giovedì 3 settembre 2009

Due

Diceva di avere spade in casa per scacciare gli spiriti maligni. E mentre lo diceva gli occhi si facevano severi, prima di esplodere in una risata che gli faceva ballare tutto il corpo grande come un globo. Sembrava un lottatore di sumo ma aveva il viso dai lineamenti belli e una risata contagiosa in una mente sveltissima. Le poche volte che ci siamo visti sono state intense, come quando ci si incontra dopo tante vite. La mia vita allora era in bilico. Avevo tanti bivi che non vedevo. Cieca, lo sono ancora. Non vedere le possibilità è peggio che non averne. Due volte in cui vidi colui al quale ero legata da un filo resistente che passava attraverso altre vite e le teneva tutte assieme, in una collana splendida, due volte in cui accaddero cose misteriose e si risvegliarono fatti antichi, si schiusero porte pesanti di negazioni e di irrisolutezza, una luce passò lì in mezzo, uno spiraglio nel quale polvere e farfalle e una visione fecero capolino. Poi un rumore sordo richiuse tutto in una prigione in cui scontare una colpa senza venire a capo del giudizio inflitto e del giudice, piazzato sul mio cuore col diritto degli ingiusti.

Quando visitai la sua mostra, la prima e la più importante, fuggii dal posto dove lavoravo. Corsi d'istinto prima che finisse l'orario di lavoro, corsi e nel tragitto sentii una libertà piena, quella che prende quando senza pensare si riesce a fare la cosa giusta. Entrai nello spazio bianco con il parquet in legno e lui mi accolse come se mi stesse aspettando, era la prima volta che ci vedevamo. Perlomeno la prima volta sottoforma dei corpi di cui eravamo vestiti. Mi illustrò il suo lavoro, che era un viaggio. Dipinte su tavolette minute di legno, le scene di un uomo che per conoscere la verità e la speranza entra dentro se stesso affrontando tutte le avventure più difficili e a volte ilari.

Poi, in un'ala quasi a parte della grande stanza, ecco che venni a contatto con i suoi spiriti, dipinti anch'essi su legno e con tracce di bianco tanto veloci da sembrare scrittura. Scegli, mi disse.

Siediti, osserva e prendi il tuo tempo. Scegli il tuo spirito. Senza esitare, indicai il quadro. Non avevo dubbi e la sensazione era esaltante, perché ne ho sempre avuti. Lui rimase in silenzio e quando credeva che fossi pronta mi spiegò il significato del quadro che avevo indicato: raffigurava una persona che cammina lungo un sentiero in discesa, ed è in cerca. Sopra c'è una luna, alla quale vuole unirsi. E' senza testa, non la riuscirà a raggiungere, il che è impossibile se non con un balzo di follia o di illusione. Era lo spirito ispiratore dei poeti. Scoppiai a piangere.

La seconda volta in cui lo vidi, camminammo per tutta la città. A passo svelto conversammo e ridemmo. Mi raccontò di Roma, di quanto non riuscisse a visitarne il centro perché aveva bisogno di partire dalla periferia per poi conquistarne il cuore, lentamente e in modo duraturo.

Il suo stare ai margini era una manovra di accerchiamento.

Nella città in cui eravamo allora, grigia e veloce solo di lucro, la velocità dei nostri passi era una sfida e una marcia verso la conoscenza. Così mi sembra nella distanza del ricordo. Ci sedemmo finalmente solo quando arrivammo in un ristorante giapponese. Per me era la prima volta che assaggiavo quel cibo che all'inizio spaventa. Mi descrisse ogni pietanza narrandola e regalandomi il gusto di un rito, quasi sciamanico. Decantò i miei occhi. Mi raccomandò di vestirmi di rosso quando fossi stata triste e di invocare il mio spirito.

Ci salutammo, promettendo di incontrarci quando fossi stata pronta a realizzare il mio destino.

Da allora non ci siamo più visti.

sabato 29 agosto 2009

Acqua

Trovo ancora sollievo in pochi posti. Seduta al tavolino di un bar, ad esempio. Che sia nascosto, poco frequentato e anonimo. Riesco a scrivere. L'aria che si muove attorno e quella possibilità di imprevisto, di libertà e impermanenza rendono sensato far scorrere la penna sul foglio, quantomeno naturale.


Non ho una casa, un luogo che possa definire così. Non ho una casa dentro di me. E questa città, che sto imparando a odiare come un amante troppo bello e in preda a crisi adolescenziali, questa città segnata come il luogo in cui abito da amori di passaggio e feroci, riesce ancora a offrire viste magnifiche. Fontane... ne osservo una adesso, zampillante al centro di una piazza larga, un abbraccio che non si chiude, statue plastiche nere di bronzo che si staccano dal bianco delle gallerie attorno a semicerchio tutte fredde di marmo e stemperate dai ricami finemente cesellati sulle arcate. Sollievo nell'afa. E' questo crescere? Raffreddarsi in una forma, possibilmente elegante e immobile e rassicurante.


Acqua, invece. Il centro di ognuno è sempre in movimento. Scorre e si ferma in istanti di luce, diamanti istantanei sospesi in aria prima di rituffarsi in discesa e in spruzzi nella vasca del tempo che tutto riporta in superficie. Dove andare, adesso? Come fare a far cadere illusioni, sempre nuove e sempre le stesse, inesistenti per natura eppure così forti nella loro pervicacia d'erbaccia? Lasciare che risalgano e poi ancora, giù e in alto.


La gente che lavora nei bar ha pelli scure, occhi altri. Tutto si regge sulle loro mansioni. Mi guardano con curiosità e pesanti di giudizio estemporaneo. Una donna seduta da sola che scrive, da loro forse non esiste o si nasconde o ha cose ben più importanti da fare. Ma tutto passa nella loro testa con il pensiero di come pagare un posto in cui dormire e chissà in quanti. Lascio un po' di spiccioli in mancia. Un sorriso mi cade addosso, spontaneo, poi si perde nell'aria torrida di rassegnata incertezza.

venerdì 17 aprile 2009

Per A.


 


Vieni più vicino. Di più. Entra negli occhi. Nel cerchio nero. Ecco. Non è piacevole, vero? Ora non vedi niente ma presto vedrai. Corri. Sbrigati. Attraversa tutti quegli ostacoli, tutte quelle strutture. Sembrano rigide. Lo sono, sono anni di costruzioni. Non fermarti. Quegli ostacoli sono le cose che ho imparato. Sono difese. Fragili. Ancora più in là, so che vedi qualcosa. Non mi fai male. Vai oltre. 


Ecco. Sei impietrito adesso. Ma non chiudere gli occhi, non chiuderli. Io ormai devo tenerli spalancati per non inghiottirti. E per non impedirti di uscire. Io non posso chiuderli, nemmeno un battito. E' la stessa forza di volontà che chiedo a te. Ora non voltarti. Lo spazio è poco. Devi essere preciso. Sì, sto lì. Mi hai trovata finalmente. Per favore, dì a quella bambina di alzarsi, di muoversi da lì. Di riattraversare tutte quelle strutture e costruzioni che hai visto, dille pure che le possono servire se riesce ad arrampicarcisi sopra. Dille di uscire. L'ho rinchiusa lì perché non soffrisse. Lei doveva chiuderli per forza gli occhi, non era pronta. Ma ora ce la può fare, aiutala. Ce la fai. Avanti. Non è stanca, è solo che non ci è abituata. Sì, che si fida di te. Parlale con dolcezza. Io non posso parlarle, non mi ascolta. Ma ti ha riconosciuto. Dille che c'è bisogno di lei. Dille che quando uscirà dovrà ripararsi dalla luce. E che le sembrerà di essere cieca. Sa vedere solo nel buio lei, è lì che si orienta. Ma non è tutto solo buio. Deve vederlo tutto il resto. E' ora. Ed è ora che tu la conosca. Non è come me. E' delicata. E' timida. Non è abituata a stare con gli altri. Ha paura. Ma tu non averne. Vai più vicino. Ancora di più. E prendila per mano. E dalle tanti colori, le piacciono così tanto che non lo sa dire. Ti sta già disegnando. Sorride. E' il mio primo abbraccio.







lunedì 2 febbraio 2009

Il Re Blu Profondo


Il re Blu Profondo era un uomo bizzarro. Elegantissimo, ogni giorno si vestiva di tutto punto e usciva per fare la sua passeggiata. Percorreva a grandi falcate la strada che costeggiava il mare, arrivava fino al ponte e si fermava, con il vento che gli sollevava la giacca broccata, a mirare il cielo di mezzogiorno e i gabbiani che svolazzavano sul castello. I gabbiani con il loro suono di neonati urlanti, gli ricordavano suo figlio, morto bambino. Al re Blu Profondo si riempivano gli occhi di lacrime, che rimanevano in bilico come bolle di vetro. Dopo un quarto d'ora si voltava, stringeva la cinta della vestaglia e ripercorreva la strada a ritroso.

Ogni giorno la strada era la stessa, così come i suoi gesti. Aveva fatto in modo che niente potesse interrompere il suo rito quotidiano e che apparisse come un evento agli occhi di tutti i componenti della sua famiglia. Più che una famiglia, sua moglie e le sue figlie erano sudditi. Ma gli rimproveravano il suo sentirsi sempre superiore, non comprendendo che era semplicemente solitudine.  

Il re Blu Profondo non si rendeva conto di essere bizzarro. Faceva di tutto per non esserlo, per apparire una persona rispettabile e a modo. Ma nel suo cuore si nascondeva l'amore per i colori e per la pittura. Dipingeva. Ma non come fanno gli artisti. Copiava i quadri che gli piacevano. E i fiori, i fiori erano la sua passione. Non dipinse mai un fiore dal vero. Solo da altri dipinti. Ed erano talmente perfetti da sembrare originali. In questo modo il re Blu Profondo si teneva lontano da ogni imperfezione e da ogni possibilità di errore. Gli errori e le imperfezioni sono quello che gli artisti cercano, sono le loro scoperte. Ma lui no, odiava gli errori, non gli interessava scoprire. Gli interessava soltanto eguagliare. Era il suo modo per scontare una colpa. Quella del talento. Non potendo reprimerlo, lo ingabbiava in decoro. E decorate erano le decorose case dei parenti, ognuno di loro aveva in casa un suo quadro.

Il Re Blu Profondo divenne vecchio, molto più di quanto immaginasse. Perse ogni ragione. Non poteva più sfogare la sua bizzarria nel vento delle passeggiate solitarie. E così, prigioniero di un corpo avvizzito e delle mura di casa, era lì che dava in escandescenza. Dopo una vita regolare e ordinata, si svegliava nel mezzo della notte. A volte gridava. Oppure cantava con la voce straordinariamente intonata. Un secondo dopo non se ne ricordava già più. La foto di suo figlio morto stava sempre allo stesso posto, sacro come un altare dove ogni giorno ci sono fiori freschi. Un giorno il Re Blu Profondo, senza pensarci, si accorse che stava dipingendo proprio quei fiori. Il tratto era tremante, i colori quasi scelti a caso, senza precisione e senza intenzione. I bordi sbavati e molte parti incompiute.

Fu l'unica volta che la sua anima ringraziò.  







venerdì 9 gennaio 2009

L'uomo che scrive

Poche cose sono più belle di un uomo che scrive.

E scrivere di un uomo che scrive...

Osservare il fragore silenzioso dei pensieri che scrosciano

muti in rivoli di frasi.

La tensione che si frantuma nel passaggio penoso o euforico

dalla mente, dall'anima, dal corpo, fino alla liberazione

che avviene su un foglio, il cui biancore è segnato per sempre

da una profanazione.

Quella dell'uomo che si fa creatore.

E che crede in niente, niente ha più importanza mentre scrive.

E tutto ne ha. Tutto ciò che non riuscirà mai a dire con nessuna parola.

Lo dirà con un sopracciglio che si solleva, con uno sguardo che cerca nell'aria

e in un altro mondo il modo migliore per raccontare. I suoi occhi cambieranno colore di continuo.

Accesi, assorti, assenti, lucidi, tirati e spinti da una forza, malinconici, sensuali, rassegnati mai, se non quando non scrive.

E nel mentre, attraverso l'uomo che scrive, altri uomini e donne si animeranno, forme, eventi, stoffe, pelle, sguardi, pensieri, mani, alberi, palazzi, arrivi, partenze, animali, speranze, cibo, sorrisi, caso, nuvole, mare, morti, storie...

mentre lui, l'uomo che scrive, scomparirà via via in modo più assoluto

fino a ritrovarsi cambiato. In qualcosa che lo stupirà con una fitta dolorosa di gioia mentre, stanco ed elettrico, tenderà le braccia in alto, stirandosi la schiena.

Qualcosa che è il motivo per cui scrive e alla quale per amore rinuncia.

Una vita.














domenica 30 novembre 2008

Angeli mascherati

Erano giorni in cui avevo il futuro davanti a me.


Camminavo per Parigi accanto al mio Maestro di allora, con la testa innamorata di tutta la bellezza che per la prima volta vedevo e sentivo.


Ero spaventata. Ché la bellezza e il futuro hanno un gusto risoluto che solo i forti conoscono senza provarne spavento.


Ci fermammo un giorno solo a Parigi. E in un pomeriggio, verso il crepuscolo, inebriata dalle viuzze del quartiere latino, entrando e uscendo dai bistrot con le immagini dei poeti maledetti che mi fissavano dai muri ingabbiati in quadri e in fotografie, i loro occhi mi seguirono e si insinuarono


con una forza che ancora adesso non comprendo. E in un pomeriggio, col freddo tagliente di un inverno di sole che impallidiva lasciando il posto ai lampioni che annunciavano la notte, varcai la soglia.


Entrai che fuori c'era la luce e, solo ora realizzo, da lì non sono più uscita.


Il mio Maestro, con un cappotto verde bottiglia e con il viso vispo e allegro, un'allegria che scaturiva da un'intelligenza curiosa, salutò con un abbraccio un omino piccolo, i capelli arruffati e la giacca color rubino, polverosa di anni. Parlarono poco ma si dissero molto con gli occhi. E mi trovai, dritti nei miei, due fasci azzurri di luce, colmi di tenerezza e di severità. Una severità che metteva alla prova. Ressi lo sguardo, uno sguardo che a un tempo sembrava liquefarmi e ricrearmi.


La ricompensa fu una stretta di mano. E, nel mentre, una presentazione. Sono molto lieto di conoscerla, sono George Whitman, disse. Al suono di quelle parole, mi sentii mancare. Il mio Maestro di allora se ne accorse e mi tenne per il braccio, affinché non cadessi.


Poi, lentamente, salii con lui scale ripide di legno e, con le gambe tremanti, gli occhi percorrevano tutto attorno. Non vedevo altro che libri, occupavano tutto lo spazio. Inventavano lo spazio, infilandosi ovunque, come fossero creature viventi. Lise e ricche di storie.


In cima alle scale si aprivano stanzette. Mi sedetti su una panca, gli occhi sgranati.


L'omino dallo sguardo azzurro era lì di fronte e mi osservava, aveva una tazza fumante tra le mani.


Me la porse, insieme a un invito: Non aver paura. Ma ora alzati da lì, sei seduta sopra un letto.


Mi alzai di scatto. E mi accorsi che quella panca coperta di libri era un giaciglio. E non era il solo.


Dalla finestrella la sagoma di Notre Dame era blu scura, striata di azzurro. Sembrava un quadro. Dentro, quel colore era negli occhi dell'omino. Notavo la sua svelta lentezza.


Sedemmo tutti e tre su un'altra panca, dopo aver spostato i libri che la ricoprivano. Erano libri di poeti. E bevemmo il té in silenzio, il té più buono che ancora ricordi. Il calore mi scendeva giù nel corpo ancora tremante ed ebbi il coraggio di dire, con gli occhi bassi che si alzavano contro la mia volontà per incrociare ancora quell'azzurro vivissimo: Ma lei ha a che fare con... Senza lasciarmi il tempo di continuare, mi rispose con un sorriso a metà tra l'ironia e la malinconia: sì, sono il nipote di Walt Whitman. Il suo spirito è con me. Poi il suo sorriso si allargò, forse per accogliere la mia commozione che non riuscivo più a camuffare. Parlammo con confidenza e mi spiegò che in quel luogo accoglieva scrittori e poeti di passaggio a Parigi, in cambio di un aiuto nel tenere in ordine la libreria. Chi si fermava lì doveva anche leggere, perlomeno un libro al giorno, per tenere in vita i libri, oltre che loro stessi.


Non ricordo quanto tempo passai lì dentro. Qualunque fosse il tempo misurato in secondi, minuti od ore, è ancora presente. George Whitman, prima di lasciarci andare via, mi porse un libro. Conteneva storie scritte proprio in quel luogo da chi lo aveva abitato. E il titolo riassumeva il suo pensiero: Angels in disguise. George Whitman ha sempre accolto tutti, convinto che non bisogna essere inospitali con gli stranieri perché possono essere angeli mascherati.


Da quel pomeriggio la vita mi rotolò da sola dalle mani e si fece veloce e io a inseguirla. Persi quasi tutto quello che allora andavo costruendo. E ancora adesso, quando mi sento persa, cerco di ricordare il fascio di luce azzurra che compone nell'aria le parole: Non aver paura.


Ma sento la mancanza di chi sa sostenermi per non farmi cadere.




sabato 15 novembre 2008

Fuochi infatuati

coltrane

A volte succedono cose che non ti aspetti. Succedono così, senza avvertire, senza chiedere, senza rumore. Senti una musica e senti che devi seguirla. Così. Perché ti piace non lo sai, ma sai che il tuo orecchio e i tuoi occhi la vedono. Non sai dove vuole portarti e non sai cosa vuole da te. Ha solo la necessità di farsi sentire e dirti che esiste. Che è venuta fuori e deve andare e fermarsi per poi andare ancora dove non si sa. Un pifferaio magico, un incantatore di serpenti, un accendino che prende colore e una sigaretta che vola via, un sorriso che si riempie del mondo, panni stesi che si staccano dalle mollette e si mettono a ballare, la gente intorno che non vedi e le voci che non senti. Senti solo una musica non suonata, la senti nelle immagini e nei suoni di una voce, la senti nella testa, nelle mani, nelle parole, nelle ciglia lente che assaporano ogni nota. Stai bene. E non sai perché. Perché? Perché non importa. Hai addosso un grazie che fa male e brucia forte negli occhi. Una parola, una parola detta si perderebbe esplodendo. Hai freddo, sonno, tremi e senti un macigno sullo stomaco che ti toglie la voce. Ma stai bene. E continui a seguire la musica addosso ai passi che vagano e girano, voltano, ritornano e se ne vanno, rigirano e tornano e ogni posto già visto è diverso. Una piazza diventa una giostra e un circo, un fuoco per terra si fa sole, si spegne tutto in un attimo. Un cortocircuito e una scarica elettrica che paralizza. E poi sparisci, non ci sei più. Ci sono due occhi che si abbassano. Continui a seguire la musica mentre diventi sempre più piccola fino a scomparire in un casco. Senti poi qualcosa che ti cade sulle guance senza freno. Allora acceleri e spegni tutto, ma non ci riesci.



Molti anni dopo ritrovi queste parole scritte per chi cantava le note di John Coltrane passeggiando con te e ti ricordi che eri meravigliata, in estasi. Era un ragazzo dagli occhi grandi e verde grigio. Una volta mi scrisse: prometti di non smettere mai di scrivere.



Di lui, insieme alla musica, è rimasta questa promessa tra le mie cose preferite.











sabato 8 novembre 2008

Frutti

frutti

Il fruttivendolo di qui ha un negozietto dalle luci calde che illuminano la frutta e la verdura come gioielli raccolti in piccole ceste. Pomodori di rubini, insalata di smeraldo, banane d'ambra, uva di giada.


Nella mia città il fruttivendolo ha solo gli occhi preziosi, due turchesi. E' la prima persona che vedo la mattina. Mi affaccio dal balcone e sta là sotto. Magro magro e giovane, ha braccialetti d'oro ai polsi dalle mani sporche di terra. Le unghie, le unghie soprattutto hanno una linea nera netta, come se si portasse appresso, sulle dita, cinque orizzonti per mano. C'è gente la mattina, la via che sta sotto casa è piena di negozi di alimentari, accanto il panificio e accanto il caseificio rendono la strada, quel pezzo di strada, piena di donne che entrano ed escono cariche di buste bianche gonfie di verdura, pane, formaggi. Frettolose le donne, scure in viso, tirate. Quando si riconoscono, sorridono. Chiedono dei loro figli, perlopiù. I loro figli non ci sono, sono in altre città. Tra di loro ne parlano come di uomini partiti al fronte piuttosto che per città universitarie.


Qui a Roma il fruttivendolo è tra un negozio di abbigliamento e una pizzeria al taglio. Sta sempre dentro. Ordinato, calmo, cortese.


L'uomo dagli occhi turchesi, invece, è agitato. Urla invece di parlare. Ogni tanto si mette le mani tra i biondissimi capelli lunghi, prima di aggiustare le casse di frutta esposte fuori, che intralciano la strada. Le sue braccia, da magrissime, si tendono di muscoli nudi all'aria salmastra, di scirocco.


Il suono secco della lattuga che si spacca sotto l'acqua è verde.


Devo accendermi una sigaretta e sedermi a osservare fuori.


Lascio correre l'acqua sulle foglie prive di un centro, ora sono tutte sparse e spaurite.


Ho comprato stamattina il cespo d'insalata, al mercato di frutta e verdura, non sono andata dal fruttivendolo.


Il vociare forte e invadente mi ha messo allegria.


Non sapevo che banco scegliere, mi sembravano tutti uguali. Ma ognuno espone diversamente tutti quei frutti della natura, a caso. Un caso che rispetta il carattere di ognuno. Una donna giovane dai denti di vecchia era molto accurata. Tutto chiuso in piccole buste di plastica trasparente, confezioni monodose al passo con il dilagante starsene da soli di molti.


Dietro un altro banchetto, un vecchio giovanotto (o un giovanotto vecchio) sembrava ridere di chiunque tranne che di se stesso. Mi sono avvicinata a lui, attratta dal suo berretto poggiato storto sulla testa coi capelli bianchi rasati e occhi appuntiti con striature azzurre, come fossero topazi. Mi ricordavano il ragazzo della mia città. Quegli occhi, ben nascosti, vagavano veloci dal mio viso alle sue verdure. Signorì, questi so' buoni, mi ha detto con la voce da fumatore. Provi, provi e poi si ricorderà di me mentre mangia. Quanti ne metto? I pomodori erano belli, era vero. Piccoli e all'apparenza succosi, rossi rossi. Mezzo chilo, gli ho detto. Il giovanotto ha preso un foglio di giornale, lo ha riempito di grappoli di pomodori e me li ha messi dentro la busta con i giornali che mi penzolava dall'avambraccio piegato. Poi ho preso delle arance, erano grandi come teste di neonato. Le ho accarezzate e mi sono ricordata di quando da piccola tenevo in braccio un cuginetto nato col bitorzolo in testa. In quel periodo ero attratta dagli aquiloni. Una volta, molto più grande, ne ho fatto volare uno, costruito insieme all'unico uomo che abbia saputo amarmi. Eravamo accanto a un mare autunnale e solitario, che riempivamo con grida di meraviglia per un aquilone che riusciva a stare alto, che tirava il filo trasparente in cerca di libertà e con la coda dai fiocchi di nastri rossi e arancioni, come quei pomodori e quelle arance.


Lasciai andare l'aquilone, si perse nel cielo, lo guardai vibrarsi in una libertà senza peso e senza meta. Lasciai quell'uomo, che trasformò il suo dolore in forza. Io imparai la struggente lezione che la libertà senza un filo che la regge è sbando.


Metto l'insalata in una coppa insieme ai pomodori. Leggo i giornali nel mio tempo ancora indefinito. Guardo le arance e sogno gli aquiloni.