martedì 4 gennaio 2011
Scalpitano
Narrare il trovarsi e il perdersi sapendo che ci si ritroverà.
Scalpitano. Parole che scavano nella terra e nell'aria e nel tempo. Fremono. Chiavi che girano e accendono il motore di ciò che siamo. Uomini e donne che andando via cercano momenti impossibili da raccontare e li sistemano in una trama per disfarsene e allo stesso tempo per ricordare ognuno la propria apparente verità.
giovedì 3 settembre 2009
Due
sabato 29 agosto 2009
Acqua
Trovo ancora sollievo in pochi posti. Seduta al tavolino di un bar, ad esempio. Che sia nascosto, poco frequentato e anonimo. Riesco a scrivere. L'aria che si muove attorno e quella possibilità di imprevisto, di libertà e impermanenza rendono sensato far scorrere la penna sul foglio, quantomeno naturale.
Non ho una casa, un luogo che possa definire così. Non ho una casa dentro di me. E questa città, che sto imparando a odiare come un amante troppo bello e in preda a crisi adolescenziali, questa città segnata come il luogo in cui abito da amori di passaggio e feroci, riesce ancora a offrire viste magnifiche. Fontane... ne osservo una adesso, zampillante al centro di una piazza larga, un abbraccio che non si chiude, statue plastiche nere di bronzo che si staccano dal bianco delle gallerie attorno a semicerchio tutte fredde di marmo e stemperate dai ricami finemente cesellati sulle arcate. Sollievo nell'afa. E' questo crescere? Raffreddarsi in una forma, possibilmente elegante e immobile e rassicurante.
Acqua, invece. Il centro di ognuno è sempre in movimento. Scorre e si ferma in istanti di luce, diamanti istantanei sospesi in aria prima di rituffarsi in discesa e in spruzzi nella vasca del tempo che tutto riporta in superficie. Dove andare, adesso? Come fare a far cadere illusioni, sempre nuove e sempre le stesse, inesistenti per natura eppure così forti nella loro pervicacia d'erbaccia? Lasciare che risalgano e poi ancora, giù e in alto.
La gente che lavora nei bar ha pelli scure, occhi altri. Tutto si regge sulle loro mansioni. Mi guardano con curiosità e pesanti di giudizio estemporaneo. Una donna seduta da sola che scrive, da loro forse non esiste o si nasconde o ha cose ben più importanti da fare. Ma tutto passa nella loro testa con il pensiero di come pagare un posto in cui dormire e chissà in quanti. Lascio un po' di spiccioli in mancia. Un sorriso mi cade addosso, spontaneo, poi si perde nell'aria torrida di rassegnata incertezza.
venerdì 17 aprile 2009
lunedì 2 febbraio 2009
Il Re Blu Profondo
venerdì 9 gennaio 2009
L'uomo che scrive
domenica 30 novembre 2008
Angeli mascherati
sabato 15 novembre 2008
Fuochi infatuati
A volte succedono cose che non ti aspetti. Succedono così, senza avvertire, senza chiedere, senza rumore. Senti una musica e senti che devi seguirla. Così. Perché ti piace non lo sai, ma sai che il tuo orecchio e i tuoi occhi la vedono. Non sai dove vuole portarti e non sai cosa vuole da te. Ha solo la necessità di farsi sentire e dirti che esiste. Che è venuta fuori e deve andare e fermarsi per poi andare ancora dove non si sa. Un pifferaio magico, un incantatore di serpenti, un accendino che prende colore e una sigaretta che vola via, un sorriso che si riempie del mondo, panni stesi che si staccano dalle mollette e si mettono a ballare, la gente intorno che non vedi e le voci che non senti. Senti solo una musica non suonata, la senti nelle immagini e nei suoni di una voce, la senti nella testa, nelle mani, nelle parole, nelle ciglia lente che assaporano ogni nota. Stai bene. E non sai perché. Perché? Perché non importa. Hai addosso un grazie che fa male e brucia forte negli occhi. Una parola, una parola detta si perderebbe esplodendo. Hai freddo, sonno, tremi e senti un macigno sullo stomaco che ti toglie la voce. Ma stai bene. E continui a seguire la musica addosso ai passi che vagano e girano, voltano, ritornano e se ne vanno, rigirano e tornano e ogni posto già visto è diverso. Una piazza diventa una giostra e un circo, un fuoco per terra si fa sole, si spegne tutto in un attimo. Un cortocircuito e una scarica elettrica che paralizza. E poi sparisci, non ci sei più. Ci sono due occhi che si abbassano. Continui a seguire la musica mentre diventi sempre più piccola fino a scomparire in un casco. Senti poi qualcosa che ti cade sulle guance senza freno. Allora acceleri e spegni tutto, ma non ci riesci.
Molti anni dopo ritrovi queste parole scritte per chi cantava le note di John Coltrane passeggiando con te e ti ricordi che eri meravigliata, in estasi. Era un ragazzo dagli occhi grandi e verde grigio. Una volta mi scrisse: prometti di non smettere mai di scrivere.
Di lui, insieme alla musica, è rimasta questa promessa tra le mie cose preferite.
sabato 8 novembre 2008
Frutti
Il fruttivendolo di qui ha un negozietto dalle luci calde che illuminano la frutta e la verdura come gioielli raccolti in piccole ceste. Pomodori di rubini, insalata di smeraldo, banane d'ambra, uva di giada.
Nella mia città il fruttivendolo ha solo gli occhi preziosi, due turchesi. E' la prima persona che vedo la mattina. Mi affaccio dal balcone e sta là sotto. Magro magro e giovane, ha braccialetti d'oro ai polsi dalle mani sporche di terra. Le unghie, le unghie soprattutto hanno una linea nera netta, come se si portasse appresso, sulle dita, cinque orizzonti per mano. C'è gente la mattina, la via che sta sotto casa è piena di negozi di alimentari, accanto il panificio e accanto il caseificio rendono la strada, quel pezzo di strada, piena di donne che entrano ed escono cariche di buste bianche gonfie di verdura, pane, formaggi. Frettolose le donne, scure in viso, tirate. Quando si riconoscono, sorridono. Chiedono dei loro figli, perlopiù. I loro figli non ci sono, sono in altre città. Tra di loro ne parlano come di uomini partiti al fronte piuttosto che per città universitarie.
Qui a Roma il fruttivendolo è tra un negozio di abbigliamento e una pizzeria al taglio. Sta sempre dentro. Ordinato, calmo, cortese.
L'uomo dagli occhi turchesi, invece, è agitato. Urla invece di parlare. Ogni tanto si mette le mani tra i biondissimi capelli lunghi, prima di aggiustare le casse di frutta esposte fuori, che intralciano la strada. Le sue braccia, da magrissime, si tendono di muscoli nudi all'aria salmastra, di scirocco.
Il suono secco della lattuga che si spacca sotto l'acqua è verde.
Devo accendermi una sigaretta e sedermi a osservare fuori.
Lascio correre l'acqua sulle foglie prive di un centro, ora sono tutte sparse e spaurite.
Ho comprato stamattina il cespo d'insalata, al mercato di frutta e verdura, non sono andata dal fruttivendolo.
Il vociare forte e invadente mi ha messo allegria.
Non sapevo che banco scegliere, mi sembravano tutti uguali. Ma ognuno espone diversamente tutti quei frutti della natura, a caso. Un caso che rispetta il carattere di ognuno. Una donna giovane dai denti di vecchia era molto accurata. Tutto chiuso in piccole buste di plastica trasparente, confezioni monodose al passo con il dilagante starsene da soli di molti.
Dietro un altro banchetto, un vecchio giovanotto (o un giovanotto vecchio) sembrava ridere di chiunque tranne che di se stesso. Mi sono avvicinata a lui, attratta dal suo berretto poggiato storto sulla testa coi capelli bianchi rasati e occhi appuntiti con striature azzurre, come fossero topazi. Mi ricordavano il ragazzo della mia città. Quegli occhi, ben nascosti, vagavano veloci dal mio viso alle sue verdure. Signorì, questi so' buoni, mi ha detto con la voce da fumatore. Provi, provi e poi si ricorderà di me mentre mangia. Quanti ne metto? I pomodori erano belli, era vero. Piccoli e all'apparenza succosi, rossi rossi. Mezzo chilo, gli ho detto. Il giovanotto ha preso un foglio di giornale, lo ha riempito di grappoli di pomodori e me li ha messi dentro la busta con i giornali che mi penzolava dall'avambraccio piegato. Poi ho preso delle arance, erano grandi come teste di neonato. Le ho accarezzate e mi sono ricordata di quando da piccola tenevo in braccio un cuginetto nato col bitorzolo in testa. In quel periodo ero attratta dagli aquiloni. Una volta, molto più grande, ne ho fatto volare uno, costruito insieme all'unico uomo che abbia saputo amarmi. Eravamo accanto a un mare autunnale e solitario, che riempivamo con grida di meraviglia per un aquilone che riusciva a stare alto, che tirava il filo trasparente in cerca di libertà e con la coda dai fiocchi di nastri rossi e arancioni, come quei pomodori e quelle arance.
Lasciai andare l'aquilone, si perse nel cielo, lo guardai vibrarsi in una libertà senza peso e senza meta. Lasciai quell'uomo, che trasformò il suo dolore in forza. Io imparai la struggente lezione che la libertà senza un filo che la regge è sbando.
Metto l'insalata in una coppa insieme ai pomodori. Leggo i giornali nel mio tempo ancora indefinito. Guardo le arance e sogno gli aquiloni.