domenica 30 novembre 2008

Angeli mascherati

Erano giorni in cui avevo il futuro davanti a me.


Camminavo per Parigi accanto al mio Maestro di allora, con la testa innamorata di tutta la bellezza che per la prima volta vedevo e sentivo.


Ero spaventata. Ché la bellezza e il futuro hanno un gusto risoluto che solo i forti conoscono senza provarne spavento.


Ci fermammo un giorno solo a Parigi. E in un pomeriggio, verso il crepuscolo, inebriata dalle viuzze del quartiere latino, entrando e uscendo dai bistrot con le immagini dei poeti maledetti che mi fissavano dai muri ingabbiati in quadri e in fotografie, i loro occhi mi seguirono e si insinuarono


con una forza che ancora adesso non comprendo. E in un pomeriggio, col freddo tagliente di un inverno di sole che impallidiva lasciando il posto ai lampioni che annunciavano la notte, varcai la soglia.


Entrai che fuori c'era la luce e, solo ora realizzo, da lì non sono più uscita.


Il mio Maestro, con un cappotto verde bottiglia e con il viso vispo e allegro, un'allegria che scaturiva da un'intelligenza curiosa, salutò con un abbraccio un omino piccolo, i capelli arruffati e la giacca color rubino, polverosa di anni. Parlarono poco ma si dissero molto con gli occhi. E mi trovai, dritti nei miei, due fasci azzurri di luce, colmi di tenerezza e di severità. Una severità che metteva alla prova. Ressi lo sguardo, uno sguardo che a un tempo sembrava liquefarmi e ricrearmi.


La ricompensa fu una stretta di mano. E, nel mentre, una presentazione. Sono molto lieto di conoscerla, sono George Whitman, disse. Al suono di quelle parole, mi sentii mancare. Il mio Maestro di allora se ne accorse e mi tenne per il braccio, affinché non cadessi.


Poi, lentamente, salii con lui scale ripide di legno e, con le gambe tremanti, gli occhi percorrevano tutto attorno. Non vedevo altro che libri, occupavano tutto lo spazio. Inventavano lo spazio, infilandosi ovunque, come fossero creature viventi. Lise e ricche di storie.


In cima alle scale si aprivano stanzette. Mi sedetti su una panca, gli occhi sgranati.


L'omino dallo sguardo azzurro era lì di fronte e mi osservava, aveva una tazza fumante tra le mani.


Me la porse, insieme a un invito: Non aver paura. Ma ora alzati da lì, sei seduta sopra un letto.


Mi alzai di scatto. E mi accorsi che quella panca coperta di libri era un giaciglio. E non era il solo.


Dalla finestrella la sagoma di Notre Dame era blu scura, striata di azzurro. Sembrava un quadro. Dentro, quel colore era negli occhi dell'omino. Notavo la sua svelta lentezza.


Sedemmo tutti e tre su un'altra panca, dopo aver spostato i libri che la ricoprivano. Erano libri di poeti. E bevemmo il té in silenzio, il té più buono che ancora ricordi. Il calore mi scendeva giù nel corpo ancora tremante ed ebbi il coraggio di dire, con gli occhi bassi che si alzavano contro la mia volontà per incrociare ancora quell'azzurro vivissimo: Ma lei ha a che fare con... Senza lasciarmi il tempo di continuare, mi rispose con un sorriso a metà tra l'ironia e la malinconia: sì, sono il nipote di Walt Whitman. Il suo spirito è con me. Poi il suo sorriso si allargò, forse per accogliere la mia commozione che non riuscivo più a camuffare. Parlammo con confidenza e mi spiegò che in quel luogo accoglieva scrittori e poeti di passaggio a Parigi, in cambio di un aiuto nel tenere in ordine la libreria. Chi si fermava lì doveva anche leggere, perlomeno un libro al giorno, per tenere in vita i libri, oltre che loro stessi.


Non ricordo quanto tempo passai lì dentro. Qualunque fosse il tempo misurato in secondi, minuti od ore, è ancora presente. George Whitman, prima di lasciarci andare via, mi porse un libro. Conteneva storie scritte proprio in quel luogo da chi lo aveva abitato. E il titolo riassumeva il suo pensiero: Angels in disguise. George Whitman ha sempre accolto tutti, convinto che non bisogna essere inospitali con gli stranieri perché possono essere angeli mascherati.


Da quel pomeriggio la vita mi rotolò da sola dalle mani e si fece veloce e io a inseguirla. Persi quasi tutto quello che allora andavo costruendo. E ancora adesso, quando mi sento persa, cerco di ricordare il fascio di luce azzurra che compone nell'aria le parole: Non aver paura.


Ma sento la mancanza di chi sa sostenermi per non farmi cadere.




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