"Un pianista non ha la possibilità di lasciar parlare il proprio corpo per esprimere il tempo. Non resta che guardare il suo piede, lui solo lascia scorrere questo fluido. Per quanto concerne le mani, con cinque centimetri quadrati di pelle eccita un mobile di cinquecento chilogrammi. Piuttosto impari.
E' là che interviene Monk. Perché a lui riesce questo prodigio al quale pochi pianisti potevano aspirare: quando suona, è tutto da solo una sezione ritmica. Inventa un metodo di suonare il pianoforte grazie al quale sentiamo, sotto le imprevedibili escursioni pianistiche, un tempo che canticchia ininterrottamente"
L. de Wilde, biografia "Thelonious Monk himself".
Monk mi si è materializzato sulla carta rossa come una statua, nell'imponenza del volto assorto. Si è piazzato di lato lasciando un ampio spazio vuoto. Vuoti sembrano i suoi silenzi, pieni in realtà di tempo. E' lì dentro che va cercato. E' come chi osserva, capisce tutto e non dice. Se non in lampi di frasi spiazzanti che non si dimenticano.
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